A Tale of the Past – Cap 3 – Budapest – Part 2

Parte Due

Mi ci volle tempo per comprendere quanto la prima visita di mia Nonna Gigia a Budapest influenzò la sua prossima vita.

Dalle parole di mia madre compresi quanto i valori storici di quel tempo furono importanti e guidarono i Tullio nelle loro attività in Ungheria. In me divenne chiara la visione di quei patriarchi, che sin da almeno tre generazioni prima del padre di Nonna Gigia, Francesco, scelsero di stabilire i loro affari in quel Paese lontano da Nimis. Essi furono nel passato soggetti all’Impero Austro-Ungarico, e la rivoluzione industriale del principio del 20simo secolo fu pure benefica allo sviluppo dei loro affari. Non dimentichiamoci che i Tullio vissero in quella particolare regione che vide cambi continui della sovranità del luogo entro un periodo di anni relativamente breve nella storia. Infatti quelle terre Friulane, che originalmente erano Austriache, furono ritornate all’Impero Austriaco subito dopo la disfatta di Napoleone al principio del 1800, e rimasero sotto l’Austria sino al 1866, quindi solamente alcune decine di anni da quel primo evento, che al tempo della Terza Guerra di Indipendenza Italiana, trovò l’Italia alleata con la Prussia, e alla sconfitta Austriaca vide la regione del Friuli ammessa al territorio Italiano. Non dimentichiamo che Nimis, la città dei Tullio rimase pur sempre vicina al nuovo confine, 20 Km. dal territorio dell’Impero Austro-Ungarico, e quindi ne sentì sempre l’influenza politica e commerciale considerando il fatto che per gli abitanti locali erano rimasti aperti i confini con libero passaggio nel territorio Imperiale. Passaporti non erano necessari a quella popolazione.

Francesco, suo padre ed il padre del padre, prima di lui, avevano ricevuto l’educazione in scuole Austriache. Parlavano tedesco per educazione e Friulano nelle loro case, la lingua Italiana era pressoché sconosciuta da loro. Divenne naturale per Francesco, seguendo i suoi istinti, educazione, e sentimenti ereditati dal padre di seguire le orme paterne di lavoro in quelle terre. Francesco era la terza generazione dei Tullio ad intraprendere lavori di costruzione civile nel regno Ungherese e possiamo dire facilitato dalla sua perfetta conoscenza di lingua ed educazione. Francesco nacque sotto la bandiera Asburgica, e rimase in cuor suo fedele all’Impero. Come si può negare questa evidenza? Lungo un periodo di lunghi decenni di lavori in Ungheria, i Tullio avevano consolidato le loro radici come imprenditori in quel più salubre mercato di affari e legati con buoni contratti di lavoro in quelle terre. Esistevano pure legami di sangue, dopo il matrimonio contratto da uno zio paterno con una Dama appartenente alla aristocrazia Ungherese.

Ed ultimo, e la storia del tempo ce lo dice chiaramente, l’Italia sin dal primo giorno dell’annessione non fece alcun passo per migliorare le condizioni e lo standard di vita nella regione del Friuli o aprire posti di lavoro. Chiediamoci quanto Italiani quegli abitanti, potevano sentirsi in cuor loro? Infatti dopo quell’annessione Italiana del 1866, la vita di quella popolazione divenne ancor più dura, e pur di vivere dovettero trovare lavoro all’estero pur di sostenere le loro famiglie, poiché le misere risorse che provenivano dai loro campicelli non erano sufficienti a sfamarli. La loro nuova Patria Italiana non fu mai capace a creare una sostanziale rivoluzione industriale che donasse abbastanza benessere e denaro.

Dopo tutte queste considerazioni come possiamo pensare che i Tullio fossero pronti a dar via l’anitra che faceva le uova d’oro? Avevano lavorato duro in Ungheria per decenni ed era lì che avevano creato le loro fortune e non nella nuova Patria Italica, che non prometteva o faceva nulla per loro. I loro affari erano sempre stati in Ungheria, e nei loro cuori quella era pur sempre la loro patria, e la terra di nascita e di educazione.

Da decenni, per i loro lavori, i Tullio impiegavano mano d’opera reclutata in paesi limitrofi a Nimis. Verso quel principio di secolo, forse erano nelle vicinanze di un centinaio di operai che seguivano i Tullio nei loro lavori. La maggior parte di questi operai si erano uniti ai Tullio poiché ben pagati e con una garanzia della continuità di lavoro. Questo era quanto volevano sebbene il lavoro si trovasse così lontano dalle loro case. Ricordatevi che per quella gente ed a quei tempi le distanze sembravano a loro ancora maggiori, poiché quei lavoratori percorrevano a piedi quella distanza. Forse millecinquecento kilometri separavano il Friuli dalla Transilvania. Camminavano attraverso boschi, terreni montani, lungo scorciatoie a loro conosciute ed a volte attraversavano luoghi impervi e pericolosi. Erano in cammino due volte all’anno, e si riunivano in gruppi affiatati, così da potersi difendersi e proteggersi a vicenda da insidie inaspettate lungo territori non sempre ospitali sul loro cammino. Ma mai si lamentarono se i lavori dei Tullio erano lontani. Allora la gente era prona a sacrifici, sapevano che le loro famiglie avrebbero sofferto la fame e che li attendevano nelle loro case in Friuli. Sembra ora un tempo remoto e che molti ora non possono comprendere. Ma allora era possibile. Si era solamente al principio del 1900. Sapevano che al loro rientro, col guadagno della stagione avrebbe procurato una vita più facile alle famiglie. Sapevano pure che quel denaro, avrebbe pagato per quel nuovo campicello, la mucca che abbisognavano, o a quella piccola vigna che da tempo sognavano, poiché’ quello è sempre stato lo spirito dei Friulani, lavoratori tenaci e capaci di guardare ai loro interessi.

~*~

Quell’inverno del 1900 Francesco ritornò a Nimis più tardi del solito. In quegli ultimi anni aveva vinto importanti appalti di lavoro su quell’ultima fase di costruzione della ferrovia che avrebbe collegato la Transilvania a Budapest. Quella ferrovia avrebbe snellito il sistema di trasporti. Ferro e legname della Transilvania era divenuto indispensabile alle nuove industrie che si moltiplicavano a vista d’occhio e ne erano sempre scarse di quelle necessità indispensabili al loro progresso. I Tullio avevano in appalto la costruzione di nuove stazioni ferroviarie, ponti, tunnel e tutti quei lavori di costruzione civile necessarie lungo quella nuova via ferrata nella regione di Hunedoara, che a quei tempi era conosciuta con il nome di Vajdshunyad, situata nel sud-est del regno Ungherese e facente parte dell’Impero Austro- Ungarico.

La mano d’opera che la ditta Tullio richiedeva in quei giorni era formata principalmente da carpentieri e muratori e la maggioranza di questi lavoratori proveniva dai paesi limitrofi a Nimis. Erano dozzine di operai, che risiedevano in campi rustici, con baracche in legno dove dormivano ed avevano una mensa. Inoltre vi erano i magazzini della ditta per materiali e equipaggiamenti. Il campo base si trovava nella vicinità di un minuscolo villaggio in Transilvania, ma logisticamente situato per i lavori in corso e circa a mezza via tra Deva e Vajdahuniad.

Negli ultimi dieci anni gli interessi della Ditta Tullio si era grandemente accresciuta e Francesco riorganizzò i sistemi operativi del lavoro. Suo figlio Toni fu nominato responsabile dei lavori a nord della regione, mentre per i lavori ferroviari in corso, nominò due dei suoi più capaci capi-cantieri responsabili dei lavori nella provincia di Hunyad. Vi era pure un contabile locale con l’incarico di sovraintendere la contabilità. Questo contabile da anni era responsabile verso Francesco non solo della contabilità della ditta ma accudiva a quelle faccende burocratiche della ditta, riguardanti banche, finanze, contratti, contatti con uffici, etc.

Francesco ritenne per sé l’incarico di sovraintendente di tutti gli affari della compagnia e usualmente risiedeva nel capoluogo cittadino più importante in Transilvania, il quale era pure il centro degli affari, in Hunjad e questa località era pure relativamente vicina ai cantieri di lavoro.

In quei giorni, Francesco aveva da poco superato i cinquant’anni, era ancora con una figura imponente nei suoi quasi due metri d’altezza. Il suo sguardo era severo e sempre diretto verso il probabile interlocutore. L’aspetto fisico imponente era una caratteristica dei Tullio che si tramandava da generazione a generazione.

Francesco usava vestire in modo impeccabile, usando abiti scuri, nella moda di quel principio del secolo. Al di sotto della giacca sfoggiava un gilè, tagliato nella stessa stoffa, ed al quale usava attaccare con una pesante catena d’oro un orologio pure in oro. L’orologio aveva un grande valore sentimentale per Francesco poiché era quello del padre Pietro, e divenuto suo alla sua morte. A completare la sua austera figura, e nella moda dettata dal tempo, si adornava orgogliosamente di immensi baffi, ben incerati, che avevano l’ardire di gareggiare per grandezza ed eleganza con quelli sfoggiati dal suo amato Imperatore, Francesco Giuseppe, poiché in cuor suo, Francesco mai si sentì di essere  Italiano.

 Come trasporto e per muoversi rapidamente, da paese a paese, usava un leggero calesse trainato da un magnifico baio. Mai Francesco volle credere nel pratico uso di quelle automobili che incominciavano ad invadere le strade in quei giorni.

In quell’inverno del 1900, Francesco arrivò nella sua residenza patriarcale in Nimis alcuni giorni prima di Natale in seno alla sua famiglia. Maria, sua moglie, proveniva da una famiglia facoltosa di Sedilis, una frazione poco distante. Al loro matrimonio portò, come costume dell’epoca, una ricca dote al marito, la quale includeva tra l’altro, una larga vigna capace di produrre uno dei migliori vini Ramandul della zona.

L’austerità era la base della vita famigliare dei Tullio e tramandata a loro dai loro padri, che a quei tempi vivevano in modo alquanto conservativo. Effusioni di tenerezza, parole d’amore tra marito e moglie o anche ai propri figli, erano inesistenti. Tutto era castigato, tutto era sotto quella forma cortese, riverenziale, ma di una freddezza incredibile. Risate, gioie, o il confidare i propri pensieri e sentimenti ad un altro pubblicamente, era una cosa alla quale nessuno ardiva per pudore.

 Tutto era controllato e tenuto nascosto anche il più monastico dei baci, tra Francesco e Maria o per i figli. Erano cose tabu e tra i coniugi era solo nel ristretto ambito delle pareti della loro camera. I figli, maschi o femmina, quando dovevano rivolgersi a Francesco lo facevano in modo riguardoso. Lo indirizzavano con un rispettoso Signor Francesco o Signor Padre. Un freddo reverenziale approccio il quale rivelava il timore, diceva chiaramente che la totale autorità nella casa, e cosa indisputata, era Francesco. Lui era l’epicentro di quel piccolo mondo domestico, e tutto ruotava attorno a lui, il quale imponeva la più rigida disciplina alla sua famiglia e a tutti i lavoratori subalterni  che lavoravano nelle sue proprietà.

Questa situazione era dura per tutti e particolarmente per le figlie che si sentivano intimidite quando erano obbligate alla presenza del proprio padre. Francesco, come altronde altri capi famiglia di quei tempi, riservava a loro quello sguardo severo che incuteva soggezione e paura a colui che si trovava alla sua presenza. Era quasi sconosciuto ai propri figli, i quali avevano poche occasioni di vederlo a casa in Nimis.

Nonostante tutto questo Francesco sentiva gli obblighi famigliari ed aveva ambizioni per loro, e particolarmente verso le figlie. Aspirava, come di moda in quei tempi, di accoppiarle bene con un buon matrimonio, forse non d’amore ma che potesse ritornare un benessere materiale. Le voleva accasate con qualcuno che avesse una buona posizione sociale e inoltre, ed ambiziosamente aspirava che il futuro genero fosse di aiuto con il suo buon nome ad innalzare maggiormente il prestigio sociale della sua famiglia.

Luigia era allora quindicenne, ed per quei tempi, aveva raggiunto l’età di entrare nella vita pubblica ed essere ben accasata. Francesco pensò alla miglior possibilità per maritare la figlia e pensò di chiedere a quella zia in Budapest di ospitare la giovane Luigia. Lei aveva un buon nome e lei pure era nota per ricevimenti di altre famiglie benestanti. Quella zia poteva essere un buon chaperon ed introdurre la giovane Luigia nell’alta vita borghese della città.

~*~

Published by carlogabbiwriter

Italian born, and living in Australia. I'm writing for the past 15 years in both Italian and English language. I pubblished my first book in USA and it's available with Amazon. I also wrote several long stories which are grouped under the name "A song of Love" and several other works available in my blog in Rosso Venexiano.

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