A Tale of the Past – Someone to Remmber

~ * ~

  Mia madre ha sempre avuto il dono di saper narrare storie. Ho il ricordo di quelle serate estive in Tolmezzo, quando noi assieme ai ragazzi nostri amici, ascoltavamo le favole che scaturivano dalla sua fervida immaginazione. Sera dopo sera, ci riunivamo su quei banchi di legno nel cortile disposti al disotto del gigantesco gelso. Mama intercalava il suo narrare con ben studiate pose teatrali, per mettere in risalto quel “Suspence” nel suo racconto, che accentuava col gesticolare e con il variare del suo tono di voce, e noi attendevamo, forse anche a bocca aperta, nell’attesa di conoscere cosa mai potesse avvenire. In quel modo la nostra ansia raggiungeva l’apice ma… furbamente a quel punto, con studiata maestria, mia madre ci diceva, “Domani sera, ragazzi, vi racconterò il resto!”

 Noi si rimaneva in balia del suo racconto, pupille dilatate e bocca aperta aspettando di seguire le avventure di quelle storie incredibili che si sviluppavano capitolo dopo capitolo dalla sua immaginazione in quelle notti tranquille.  

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E` a questo momento che desidero rivivere attraverso il racconto di mia madre la vita di due donne semplici, che furono amiche di Nonna Gigia in quel lontano principio di secolo, quando andò a vivere a Tolmezzo. Troverete come nella loro semplicità umana fu possibile riconoscerle per la loro generosità verso il prossimo.

Penso che persone come loro mancano al giorno d’oggi, e penso quanto noi abbiamo da imparare in atto di umiltà. Nel nostro oggi tutto ha un prezzo, che noi dobbiamo ben pagare, così che troppe volte ci viene da pensare che pure l’amore attorno a noi ha una etichetta con sopra scritto suo il valore monetario. Ditemi non è forse vero che molti genitori cerchino con regali costosi di comperare l’affetto dei loro figli? E non è forse vero che quei figli non possono imparare quale sia il vero valore dell’amore materno e paterno e quali siano i loro sacrifici pur di pagare per il regalo. Troppe volte non ricevano alcun ringraziamento dal proprio figlio  per il regalo ricevuto perché nel loro giudizio non è abbastanza costoso o di loro gradimento? Già, mi direte, questa è null’altro che la solita lamentela di uno, vecchio come me, che non può adattarsi alla vita di questo 21mo secolo!

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Vi racconto ora  la storia di Marie Sporchie (Maria Sporca), narrata dalla viva voce di mia madre durante quei giorni che si era assieme in quella baia Fijiana.

“Certo ti ricorderai di Marie Sporchie, vero Carlo?”

“Come avrei potuto dimenticarmi di lei? Per quasi due anni veniva presto al mattino ed era la mia immancabile prima cliente al Bar Triestino. Si era allora durante gli ultimi anni di guerra. Tu, Mama, rimanevi fino alla chiusura e molte volte il Bar, rimaneva affollato pure a porte chiuse, e ben ripieno della truppa in uniforme che voleva ancora bere dopo il “Coprifuoco”. A me spettavano le pulizie mattutine ed era allora, ancor prima che aprissi l’ingresso frontale che Maria, freddolosa arrivava, dopo la fine della prima messa celebrata nella Chiesa di Santa Caterina. Entrava dalla porta di servizio, ordinava il suo grappino e poi senza molte altre parole spariva rapidamente nello stesso modo in cui era arrivata.”

“Si, quella era proprio lei. Donna di poche parole ma con un gran cuore verso tutti quelli che avevano bisogno. Mai, in tutta la sua vita, si era tirata indietro. Aveva compassione del suo prossimo, credeva che quello era quanto Dio volesse da lei e, durante quei tardi anni visse in uno stato quasi monacale. Viveva da sola in una piccola proprietà vicino alla stazione, tenendo buona cura dei suoi cani, e allevando galline ed anitre che poi vendeva per racimolare quei quattro soldi che abbisognava per vivere.”

“Ricordo bene il luogo dove abitava. Passavo spesso su quella strada che si snodava nel retro del paese e la vedevo spesso nel suo cortile. Ma dimmi, perché mai la chiamavano “La Sporchie”?”

“Forse non lo era davvero, ma sai cosa succede quando uno diventa vecchio e vive solo? Uno si lascia un po` andare. Quello e` quanto successe a Marie, ad un certo momento non ebbe più cura di se stessa, e andava in paese vestendo in un modo trasandato. Fu così che incominciarono a chiamarla “La Sporchie” ed il nome le rimase. Ma dicono bene, l’abito non fa il monaco, e lei povera, anche se anziana, ugualmente dava aiuto ai bisognosi.”

“Capisco.”

“Torniamo a quanto volevo dirti di lei. Per alcuni anni, dopo che Nonna Gigia andò ad abitare a Tolmezzo, Marie la aiutò nello sbrigare tutti i lavori di fatica. Erano i primi anni del ‘900. Da poco Marie, era discesa a valle dal suo borgo di Paluzza, che si trova vicino al confine Austriaco. Suo padre era invalido e lei povera, lavorava a servizio qui e li, per racimolare quei pochi soldi da mandare a casa. Quello fu il modo che venne a lavorare per mia madre. Marie non solo sbrigava per Nonna Gigia tutti i lavori di fatica, ma aveva pure tempo di guardare sopra di noi che crescevamo rapidamente, dando tempo a tua nonna di accudire all’osteria che suo padre Francesco aveva installato a Tolmezzo. Ma di questo ti parlerò più a lungo un’altra volta.”

“Capisco, ma perché allora non rimase con voi più a lungo? Mai prima mi avevi parlato di lei, accennando che Marie vi accudiva come balia.”

“Lo fu per almeno cinque buoni anni. Fintanto che la guerra incominciò, poi suo padre si aggravò nella sua malattia e Maria ritornò a Paluzza. Quando il padre morì, lei non ritorno a Tolmezzo. Erano giorni di guerra, e lei, che  era pure di spirito patriottico, la vide, assieme a molte altre donne di quei villaggi montani, che gerla sulla schiena, camminavano impavide su quei sentieri ripidi che portavano alle trincee degli Alpini che si trovavano arrancati tra le vette del Pal Piccolo e del Pal Grande, combattendo da quelle trincee e fortificazioni sottostanti contro i Tedeschi. Per oltre due anni quelle donne coraggiose portarono non solo viveri ai soldatini, ma anche le munizioni che abbisognavano. Ogni giorno rischiarono le fucilate dei cecchini tedeschi, ma mai ebbero paura. Un paio di quelle donne eroiche furono pure uccise e furono poi sepolte, assieme a quegli Alpini caduti con onore su quel fronte di battaglia ed ora sono tumulate in quel Tempio Ossario nei pressi Di Timau, luogo che credo esista ancora.”

“Sicché la nostra Maria fu pure un’eroina. Sempre così, chi è più capace è meno appariscente tra la folla, sebbene appartenesse alla schiera dei veri eroi!”

“Si, proprio così Carlo. Ma la storia non era finita. Nonna Gigia ebbe modo di ringraziarla perché salvò la vita di mia sorella, il giorno che incominciò la Ritirata di Caporetto.”

“Non mi avevi mai detto che Marie venne con voi in quella ritirata.”

 “Non esattamente. Gli Alpini ricevettero l’ordine di ritirata, e Marie scese assieme a loro fino a Villa Santina. Da lì i soldati avevano l’ordine ritirarsi verso Tramonti di Sotto e discendere sul dietro del fiume Tagliamento, per formare il nuovo fronte. Fu appunto in Villa Santina che Marie ebbe modo di salvare mia sorella Dirce, la più grande di noi tutti.”

“Ma cosa mai, tua sorella Dirce, faceva venti e più kilometri lontano da Tolmezzo nel mezzo del trambusto di una ritirata?”

“Mama Gigia l’aveva mandata per un’ultima commissione in paese, prima di partire nel pomeriggio assieme agli altri del paese verso la piana, in salvo dall’invasore. Giunta sulla piazza Dirce vide un gran via vai di gente, te lo puoi ben immaginare in un momento come quello, vero?”

“Certo ma come poi finì in Villa Santina?”

“Curiosava all’intorno, e vi era un gruppo di ragazzi raggruppati sul luogo in bell’ordine. Appartenevano ad un collegio locale e dovevano essere portati in salvo con urgenza, ed il Collegio aveva negoziato qualcosa con i militari che avevano concesso due automezzi per portarli in salvo. Quelli arrivarono, in gran premura, i ragazzi furono fatti salire e qualcuno spinse pure la Dirce, che si trovava mescolata tra loro, pensando che anche lei appartenesse al gruppo. Lei, chissà mai perché non disse nulla, forse per timidezza, e in mezzora di tempo si trovava tutta sola sulla piazza di Villa Santina… Fortuna che…”

“Si, tua sorella sperava in una scampagnata, ma certamente nel tempo sbagliato … Avrebbe potuto non veder più la sua famiglia, cose che avvengono in tempi del genere!”

   “Si fu una grande fortuna. Marie, era giunta da poco e riconobbe mia sorella ed incredula le chiese, “Ce fastu culi`, frute..?” (Cosa fai qui bambina?)”

    “Grande fortuna davvero, e cosa successe?”

    “Ti ho gia detto di quanto generosa fosse Marie, tralasciò quanto stava facendo. Pensò che la cosa più importante era di riunire la ragazza con la madre alla svelta e cercò un modo veloce per ritornarla a casa al più presto. Non so quanto tempo occorse per ritornare a Tolmezzo, ma lo fece in tempo prima che mia madre, occupata da morire nel prepara il tutto, potesse realizzare quanto fosse realmente accaduto. Credo che mai più mia madre, anche in momenti difficili nel suo futuro, dimenticò Marie e le dimostrò sempre la sua gratitudine.”

“Che bella storia Mama, così e quanto tu volevi raccontarmi di Marie Sporchie?”

“E caro Carlo, la storia non finì proprio lì. Alcuni anni dopo che la guerra era finita si parlò molto di Marie nella regione e ricevette pure una medaglia di riconoscimento dal Governo Italiano.”

“Davvero? Perché durante la guerra fu una porta munizioni in quelle trincee sul fronte?”

“Naturalmente vi fu pure un riconoscimento pubblico per tutte quelle donne, ma in un tempo differente. Marie fece molto più di loro!”

“Cosa mai avrebbe potuto fare di più? Certo ora che conosco questi fatti mi sento fiero di aver conosciuto quella donna straordinaria.”

“Bene ora ti racconto questo ultimo fatto così ti renderai conto di quanta umanità esistesse nell’animo di quella donna semplice. Al finire della guerra, e per ben tre anni consecutivi, durante la buona stagione, ritornò sul luogo delle battaglie. Rovistava tra le vecchie trincee e le buche scavate dalle bombarde in quei luoghi di battaglia. Umilmente raccoglieva le ossa sparse un po’ dovunque di quei poveri soldati sconosciuti che furono uccisi difendendo i confini Italici. Era sola, per lunghi giorni, vagando tra strapiombi e camminamenti, raccogliendo quelle povere ossa sbiancate dal sole, ed alla fine, quando aveva un carico, le metteva nella sua gerla e le portava nell’ossario di Paularo. Fece tutto questo umilmente, senza che nessuno avesse chiesto o detto a lei una parola. Lo faceva unicamente perché` quello era il suo modo di fare, di povera donna sì, ma con un cuore immenso verso il suo prossimo. Un giorno, finalmente qualcuno fece notare a qualcuno in potere, il grande rispetto che Marie aveva per quei miseri resti dei soldati caduti nella guerra. Il fatto venne segnalato alle autorità militari, e più tardi, vi fu una pubblica presentazione in Tolmezzo e lei, sempre vestita in nero nei suoi miseri abiti paesani, ricevette, su un podio eretto in Piazza, da parte di un rappresentante dello Stato Italiano, la sua ricompensa, una bella medaglia di argento.”

~ * ~

“Penso che a questo punto sia pure opportuno che ti parli di Paoline e di suo marito Scanio. Ti ricorderai di loro, vero, Carlo?”

“E come avrei potuto scordarli? Li vedevo abbastanza spesso, e sono rimasti impressi nella mia memoria.”

“Paoline fu la prima vera amica della nonna sin da quando giunse a Tolmezzo. Si confidavano tutto, e si aiutavano pure, da sempre, e per entrambe la vita durante quegli anni non fu mai facile. Forse quello era il legame che le univa. Il bisogno dell’anima gentile che ti ascolta e che sa dare un consiglio disinteressato. Quella era la cosa di cui avevano bisogno, perché non vi erano altri a cui narrare le loro pene.”

“Capisco. Penso che per Nonna Gigia deve essere stata una vita grama a passare dalla vita agiata di ragazza a quegli stenti di vivere alla giornata, particolarmente dopo che ritornò da profuga e con cinque figli da far crescere da sola.”

Si`, proprio così. Paoline in quei giorni diede a lei la comprensione morale ed anche un possibile aiuto. Arrivava da nonna Gigia con un bel cesto di legumi e quanto altro cresceva nel suo campicello al di sotto del Monte Amarianna, dove aveva anche una abitazione abbastanza spaziosa che le era venuta assieme con il compito di sovra guardare al “Tiro-a-segno”, dove militari e civili facevano esercitazioni al bersaglio.”

“Ecco, quello era il luogo che io e Sergio si andava spesso nelle nostre scorribande fuori di Tolmezzo. Paoline aveva un paio di figli della nostra età e ci facevano da guida su per quei boschi che poi portavano su quelle ripide scorciatoie verso le alte rocce di quel vulcano spento. Ma al di sotto di esso vi era un rovinio di rocce sgretolate, che venivano trasportate dalle acque torrenziali al tempo del disgelo.”

“Si Carlo, quello era il posto dove abitò per lunghi anni. Solamente  dopo la seconda guerra quelle terre furono usate per lasciare Tolmezzo espandersi ed accogliere tutti quei Carnici che discesero a valle per lavoro.”

“Non dico che la urbanizzazione sia da intralciare, ma accidenti, ha rovinato tutte le bellezze naturali del luogo, ed io e Sergio sapevamo come godercele.”

“Ho piacere che ti ricordi del luogo e di Paolina e poi…”

~ * ~

Ed ecco la storia di Scanio, e questa voglio essere io a narrarvela.

Scanio era un uomo tozzo, gambe arcuate, e non so perché nel vederlo ho sempre ricevuto l’impressione di vedere in lui quel marinaio che ha navigato da troppo a lungo, e che al primo scendere a terra cammina in quel modo stano, ancora soggetto al continuo ondeggiare della nave, barcollando e tentando di camminare diritto, senza completamente riuscirci.

Ma lui non era mai stato un marinaio. Era senz’altro un bonaccione, diceva di essere pittore, ovverosia imbianchino, nel modo usato allora, preparava la sua pittura col stemperare la calce spenta in acqua, mescolandovi poi minerali coloranti, e sbiancando i muri delle case, dentro e fuori all’approssimarsi della festività Pasquale. Quello è quanto faceva, a parte, andandosene da paese a paese a prestare la sua opera e guadagnare quei pochi soldi che abbisognava. Naturalmente nel periodo autunnale ed invernale stava a casa, ed allora, ascia a tracolla saliva nella pineta al di sotto l’Amarianna, e tagliava un tronco, che poi se lo caricava sulle forti spalle e lo portava a casa per tagliarlo a ceppi da gettare nel loro largo camino durante i lunghi inverni Tolmezzini.

Vi era pure un’altra cosa che il nostro buon Scanio piaceva al di sopra di tutto il resto. Ancor più della sua adorata Paoline o degli innumerevoli figli che assieme avevano ben creato. Cosa mai? Bene, e qui torna la mia visione del marinaio in lui, sempre barcollante e sempre in cerca di navigare dritto verso il porto di arrivo. E cosa mai non c’è nulla di meglio che il bersi una buona quantità di vino sintanto che ci si sente completamente inebriati? Quello era lo Scanio che avevo conosciuto nei tempi in cui aiutavo mia madre nel Bar. Appena aveva finito un lavoro e avesse un po` di soldi, veniva e beveva sino a che era abbastanza ubriaco, ma non troppo, e poi, nel modo cha raccontai prima, veleggiava verso casa, un paio di chilometri distante, parlando tra se stesso ad alta voce, barcollando, ma abbastanza sicuro, camminava nella sua via verso casa.

Ora vi racconto cosa il nostro buon pittore fece nei suoi anni giovanili.

Decise di andarsene a Roma, forse un buon settecento chilometri più a sud. Ma quello non lo spaventava affatto. Era uso di andare da paese a paese, prendendosi il tempo necessario. In un carretto aveva caricato tutti i suoi averi e quei quattro pennelli che abbisognava. Andava da paese a paese, strada dopo strada, chiedendo di pittare le case all’in giro. Così giorno dopo giorno si muoveva sempre più a sud. Gli occorsero molti mesi, forse oltre un anno. Ma lui era paziente abbastanza ed aveva tutto il tempo in fronte a lui. Pensava che dopo tutto era una buona occasione di vedere il mondo viaggiando, e in quel modo risparmiare pure dei soldi per quando fosse giunto in quella grande città. Al suo arrivo, cercò una camera dove poter riposare, poi uscì trainando il suo carretto.

Trovò un locale che vendevano vini all’ingrosso e comprò una botticella di buon vino dei Colli Romani, e poi se ne ritornò sui suoi passi. Sistemò la botticella sicuramente sopra il tavolo, distese il materasso al di sotto del tavolo, introdusse un tubo flessibile nella botticella di vino, e poi si sdraiò beatamente e disse, “E` tempo che mi riposi e mi rifaccia delle mie faticacce.” Non si mosse da quel luogo, fintanto che la botticella fu svuotata. Gli occorse una buona settimana o forse due per ben smaltire la sbornia cruenta. Quando si sentì nuovamente in forza, rimise tutte le sue cose sul suo carretto e ricominciò la via del ritorno, sempre pittando e sempre senza premura, sintanto che alla fine il buon Dio lo fece arrivare nuovamente a Tolmezzo.

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Published by carlogabbiwriter

Italian born, and living in Australia. I'm writing for the past 15 years in both Italian and English language. I pubblished my first book in USA and it's available with Amazon. I also wrote several long stories which are grouped under the name "A song of Love" and several other works available in my blog in Rosso Venexiano.

2 thoughts on “A Tale of the Past – Someone to Remmber

  1. Avvicendamenti, e storie del passato, che una madre memore, racconta, con dovizia di personaggi, e particolari, al proprio figlio…
    Cari saluti, Carlo,silvia

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  2. Giorgina Fortunat

    Molto molto bello….anche perchè conosco quei paesi…abito a Gorizia e ho letto un libro proprio sulle donne,friulane che con le loro gerle sulle spalle piene di fucili e anche bombe le portavano ai soldati al fronte e alle volte portavano a valle anche soldati morti per sepellirli giù al paese….perché dove c’era il fronte…fra tutte er quelle rocce non c’era più posto per seppellirli….donne veramente… eroiche e poi quando ritornavano al paese dovevano pensare alla casa …ai figli…e ne avevano parecchi…e poi pensare alle mucche chi le aveva…all’orto…perchè gli uomini erano in guerra o morti e il lavoro era tutto per loro
    Un libro bellissimo scritto da un’Italiana che ha voluto far conoscere la storia di queste donne umili…ma eroiche…della sua terra….

    Carlo Gabbi
    Author
    Grazie Giorgina del tuo commento, Come scrissi erano donne semplici, ma con un cuore grande e molto patriotiche. Nel passato cosi` erano le donne di quei luoghi, di poche parole ma sempre pronte a elargire il loro aiuto ai bisognosi.
    o · 2h

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